Guarire lontano da casa

01 April 2026

7 aprile, Giornata mondiale della salute



Notizie
Caritas Espagne



Quando la malattia sopraggiunge senza il sostegno di una rete familiare, le persone in situazione di mobilità umana devono affrontarla nella solitudine e nell’incertezza, mentre luoghi come la Casa de los Milagros della Caritas diocesana di Huelva le accompagnano nel loro recupero e si prendono cura di loro.

Ogni 7 aprile, Giornata mondiale della salute, l’idea che la salute sia un diritto universale torna al centro delle preoccupazioni. Tuttavia, quando questo diritto viene osservato attraverso il prisma dell’esilio, il suo significato diventa più complesso e, in molti casi, più fragile. Perché la salute non inizia in ospedale e non termina con una cura. Comincia molto prima, nelle condizioni che permettono di ristabilirsi: avere un posto dove riposare, qualcuno che ti accompagni o una rete che ti sostenga. Quando tutto questo manca, ammalarsi smette di essere un episodio puntuale per diventare un’esperienza di gravissima vulnerabilità.

A Huelva, questa realtà si vive ogni giorno nella Casa Santa María de los Milagros, un progetto avviato dalla Caritas diocesana di Huelva che accoglie persone malate senza dimora, molte delle quali migranti, affinché possano ristabilirsi in condizioni dignitose. Lì, la salute viene intesa in modo globale, come un processo che implica non solo una cura medica, ma anche assistenza quotidiana, stabilità e accompagnamento. «Quello che vogliamo è offrire le cure che qualsiasi persona riceverebbe a casa propria, con la sua famiglia», spiega Juana Redondo, tecnica della casa. La sua affermazione racchiude, in realtà, una carenza strutturale: chi arriva in questa struttura lo fa proprio perché non ha né una casa né una famiglia vicina.

Questa assenza è particolarmente evidente in storie come quella di Carmen Elena Busuioc, una donna di 42 anni originaria della Romania che da oltre cinque mesi vive nella struttura per riprendersi da un tumore al seno. Sebbene viva in Spagna da quindici anni, la malattia l’ha lasciata completamente senza protezione. «Mi sono ritrovata senza casa, senza cibo, senza soldi, senza niente», racconta. La sua esperienza mette in evidenza una differenza fondamentale tra ammalarsi nel proprio Paese o all’estero, lontano da casa: la rete di sostegno. «Qui non ho nessuno… la mia famiglia non è con me», spiega. A differenza di chi può contare su un contesto che lo sostiene nei momenti più difficili, molte persone migranti attraversano la malattia in solitudine. «Se sei nato qui, hai un tetto, un sostegno… per noi è molto più difficile», riassume.

Sebbene il sistema sanitario spagnolo garantisca l’assistenza medica, l’esperienza quotidiana mostra che l’accesso reale alla salute non dipende soltanto da questo diritto formale. «L’assistenza medica è garantita, anche per le persone in situazione amministrativa irregolare», spiega Juana Redondo. Tuttavia, l’esperienza reale mostra un altro volto del sistema. Esistono barriere meno visibili che condizionano profondamente i processi di guarigione. La lingua è una di queste. Come sottolinea Juana, i professionisti sanitari spiegano le diagnosi e i trattamenti, ma non sempre in un modo accessibile a chi non padroneggia la lingua. Questa difficoltà, unita alla scarsa conoscenza del funzionamento del sistema — i tempi di attesa, i percorsi medici, l’importanza del follow-up — fa sì che molte persone non comprendano pienamente il proprio percorso di cura. Le conseguenze sono notevoli: appuntamenti mancati, trattamenti interrotti o farmaci assunti in modo scorretto. A questo si aggiunge un fattore determinante che raramente viene considerato durante una visita: le condizioni di vita. È difficile seguire una dieta, riposare o rispettare determinate indicazioni mediche quando non si dispone di un alloggio stabile per farlo. Secondo il IX Rapporto sull’esclusione e lo sviluppo sociale in Andalusia, il 15,9 % della popolazione andalusa ha dovuto rinunciare ad acquistare farmaci, seguire cure o rispettare regimi alimentari per motivi economici. Tra la popolazione straniera non comunitaria, questa cifra sale al 22,2 %.

Le disuguaglianze si accentuano ancora di più a livello di accesso stesso al sistema sanitario : mentre nell’insieme dell’Andalusia solo l’1,1 % della popolazione non è coperta, questa percentuale sale al 7,6 % tra gli stranieri provenienti da Paesi extra UE. Dati che mostrano che, anche se il diritto esiste, non sempre si traduce in una possibilità reale.

La situazione peggiora in particolare quando la malattia si combina con la condizione di senza dimora. «Ci sono molte persone malate che finiscono per strada», avverte Juana. In questo contesto, la guarigione diventa praticamente impossibile. Senza un luogo dove riposare, senza accesso a un’alimentazione adeguata o senza mezzi per recarsi alle visite mediche, la malattia non solo persiste, ma peggiora. È qui che la Casa Santa María de los Milagros assume tutta la sua importanza, offrendo qualcosa di tanto fondamentale quanto indispensabile: un luogo dove stare, fermarsi e guarire.

Ma le cure prestate in questa casa vanno oltre l’aspetto materiale. Nella quotidianità, il sostegno emotivo svolge un ruolo fondamentale. Carmen María Serrano, volontaria da un anno e mezzo, descrive come il suo lavoro inizi molto prima di quanto si possa pensare. Arriva prima del proprio turno per condividere la cena con le persone accolte, parlare con loro e ascoltare le loro storie. Non si tratta solo di essere presenti, ma di creare uno spazio di fiducia e vicinanza. «Spesso diventiamo un po’ una famiglia», spiega. In un contesto in cui manca una rete affettiva, questo accompagnamento quotidiano diventa un pilastro essenziale del processo di recupero.

L’esperienza di Oumar Diabaté, 43 anni, originario del Mali e residente in Spagna in situazione amministrativa regolare, aggiunge un’altra dimensione chiave al rapporto tra salute e migrazione: l’impossibilità di fermarsi. Dopo essere stato vittima di un incidente in moto nel suo Paese, che gli ha gravemente danneggiato la gamba, è tornato in Spagna — dove lavorava dal 2010 nel settore agricolo — con l’intenzione di riprendere in mano la sua vita. Ha cercato di curare la gamba a Bamako, ma l’unica soluzione proposta era l’amputazione. Spaventato, è tornato, soffrendo, in Spagna per riprendere la sua vita. Tuttavia, il dolore e la ferita glielo hanno impedito. Nonostante ciò, la sua prima reazione è stata cercare di lavorare. «Se non lavori, come mangi?», chiede, rivelando una logica segnata dalla sopravvivenza. Per oltre un anno e otto mesi, ha atteso un intervento, spostandosi continuamente tra Lepe e Huelva, mentre viveva in condizioni precarie, dormendo nel soggiorno di un amico. «Ho sofferto molto», ricorda.

Il suo arrivo alla Casa de los Milagros ha segnato una svolta decisiva per il suo futuro. Per la prima volta dopo molto tempo, ha trovato una certa stabilità. «Qui non mi mancava nulla: cibo, alloggio e persone che mi sostenevano», spiega. Inoltre, l’accompagnamento ha facilitato il monitoraggio del suo trattamento medico, cosa che fino ad allora era stata difficile da mantenere. Tuttavia, anche in questo ambiente protetto, la pressione di dover lavorare non scompare. Oumar ha tre figli e una moglie in Mali, e la loro serenità dipende, in larga misura, dal denaro che riesce a inviare loro. «Se hai una famiglia, subisci una pressione molto forte per non smettere di lavorare», afferma. Questa urgenza caratterizza l’esperienza di molte persone migranti, che si vedono costrette a dare priorità al lavoro anche quando sono malate, mettendo così a rischio la propria guarigione.

Oltre a queste difficoltà materiali, la malattia ha anche un impatto emotivo profondo. La distanza dalla famiglia, la preoccupazione costante e l’impossibilità di accompagnare i propri cari generano un esaurimento difficile da gestire. Come spiega Juana, questo peso viene vissuto in modo particolarmente intenso tra le donne, che spesso assumono il peso emotivo della cura, anche a distanza.

In questo contesto, l’accesso alla salute delle persone migranti è tornato al centro del dibattito politico in Spagna. Negli ultimi giorni, il partito di estrema destra Vox ha presentato proposte volte a restringere l’accesso all’assistenza sanitaria per le persone in situazione amministrativa irregolare, proponendo di limitare il loro accesso a determinati servizi. Queste posizioni hanno spinto il Partido Popular a riaprire un dibattito che sembrava chiuso dal ripristino del modello di sanità universale. Di fronte a ciò, le organizzazioni sociali e i professionisti del settore sanitario avvertono che limitare l’accesso costituisce non solo una violazione del diritto alla salute, ma ha anche conseguenze in termini di salute pubblica e coesione sociale, escludendo dal sistema persone che si ammalano ugualmente, hanno bisogno di cure e fanno parte della società.

La Casa Santa María de los Milagros si presenta così come un esempio concreto di ciò che implica un approccio globale alla salute. Tuttavia, la sua esistenza mette anche in evidenza una carenza strutturale: la mancanza di risorse specifiche per le persone malate senza dimora. Nonostante il suo percorso, il progetto non rientra facilmente nelle categorie di finanziamento pubblico, il che mette in luce uno scarto tra i bisogni reali e le risposte istituzionali.

Le storie che attraversano questa casa ricordano che il diritto alla salute non è garantito soltanto dall’assistenza medica. Richiede condizioni materiali, accompagnamento e stabilità. In un contesto segnato dalla mobilità umana – anche a Huelva, dove migliaia di migranti fanno parte della vita quotidiana, sostengono settori chiave e costruiscono, insieme al resto della cittadinanza, il racconto comune dei nostri paesi e quartieri – ripensare la salute da questa prospettiva diventa una questione urgente. Perché, come mostrano queste esperienze, guarire non significa solo curare, ma farlo in un luogo in cui la dignità sia protetta.

Questo articolo è stato preparato da Peña Monje, responsabile della comunicazione, della Caritas diocesana di Huelva, in Spagna.