Le migrazioni sono una componente strutturale delle società contemporanee, ma il percorso verso una vita sicura e autonoma continua a essere segnato da ostacoli. È questa la prospettiva della XXXV edizione del Rapporto Immigrazione di Caritas Italiana e Fondazione Migrantes – “Confini e frontiere” –, presentata a Roma il 19 ottobre 2026, presso la Pontificia Università Urbaniana. Il tema delle “frontiere” supera il confine geografico: riguarda anche l’accesso alla protezione, al lavoro regolare, a un reddito sufficiente, alla casa, all’istruzione e alla partecipazione sociale.
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Presentazione del rapporto 2026 “Confini e frontiere”, Roma, 19 ottobre 2026.
Nel mondo si contano circa 304 milioni di migranti internazionali, il doppio rispetto al 1990. Le persone costrette alla fuga sono stimate dall’UNHCR in 117,8 milioni: il 70% dei rifugiati vive in Paesi confinanti con quelli d’origine e il 68% in Paesi a basso o medio reddito. Le rotte verso l’Europa continuano intanto a costare vite: dall’inizio del 2026, nel solo Mediterraneo centrale, si registrano oltre 1.600 vittime; più di 35 mila dal 2014. Per un viaggio, i trafficanti possono chiedere dai 7.500 ai 18 mila euro. Di fronte a questi numeri, il Rapporto richiama la necessità di rafforzare i canali regolari d’ingresso e l’informazione indipendente nei Paesi di origine e transito, garantendo soccorso e accesso tempestivo alle procedure di protezione.
Anche in Italia la presenza migrante è ormai parte della struttura demografica ed economica. Al 1° gennaio 2026 i cittadini stranieri residenti sono stimati in 5.559.527, pari al 9,4% della popolazione. In un anno aumentano di circa 188 mila unità, mentre i cittadini italiani diminuiscono di circa 189 mila. Nel 2024 sono state registrate 217.448 acquisizioni della cittadinanza italiana, quasi il 40% delle quali ha riguardato persone tra zero e vent’anni. La stabilizzazione, tuttavia, non è automatica: cresce anche la popolazione straniera anziana, con 381.209 residenti over 65, il 6,9% del totale, quasi il doppio rispetto a dieci anni prima. Servono quindi percorsi di soggiorno regolare e politiche capaci di includere le persone migranti anche nell’accesso alle cure e all’assistenza di lungo periodo.
Il divario tra contributo economico e qualità delle condizioni di vita emerge con particolare evidenza nel lavoro. Gli stranieri rappresentano il 10,7% degli occupati; nel 2025 i 2,6 milioni di lavoratori stranieri avrebbero generato 196 miliardi di euro di valore aggiunto, pari al 9,7% del Pil italiano, secondo la stima della Fondazione Leone Moressa. Nel 2023 i contribuenti nati all’estero hanno dichiarato 80,4 miliardi di euro e versato 11,6 miliardi di Irpef. Eppure, il 29% dei lavoratori stranieri è impiegato in professioni non qualificate, contro l’8% degli italiani; il divario retributivo medio è del 10,6%, con punte del 19% nelle grandi imprese. Tra gli utenti stranieri dei Centri di ascolto Caritas, nel 2025 i lavoratori poveri sono il 29,4%, contro il 17,4% degli italiani.
I numeri raccontano dunque una contraddizione: si contribuisce alla ricchezza del Paese, ma non sempre si ottengono autonomia e diritti effettivi. Il Rapporto propone di valorizzare qualifiche e competenze, contrastare discriminazioni e sovraqualificazione e intervenire sul meccanismo obsoleto e inefficace del Decreto Flussi. Nei settori agricoli e stagionali, la tutela deve andare oltre l’emergenza e comprendere alloggi dignitosi, trasporti, servizi sanitari accessibili e accompagnamento personalizzato.
La casa è un’altra frontiera decisiva. Il reddito medio dichiarato dai contribuenti stranieri si aggira sui 17 mila euro annui e circa il 60% delle risorse disponibili è assorbito dai bisogni essenziali. Oltre un terzo dei cittadini non comunitari vive in abitazioni sovraffollate, contro circa il 14% dei cittadini italiani. Per questo il Rapporto invita a integrare le politiche del lavoro con quelle abitative, aumentando l’offerta di alloggi dignitosi e accessibili e contrastando la grave esclusione abitativa.
La fotografia dei servizi Caritas conferma la pressione sulle persone più vulnerabili: nel 2025, su 282.539 persone incontrate dai servizi informatizzati, 150.272 erano straniere, il 56,4%. Nei territori di frontiera i problemi si acuiscono: quelli occupazionali riguardano il 61,5% degli stranieri, contro il 44,7% nelle altre diocesi; la grave esclusione abitativa raggiunge il 34,5%, contro il 27,8%.
Anche scuola e università sono luoghi in cui si decide se la presenza diventa partecipazione. In vent’anni la quota di scuole senza alunni con cittadinanza non italiana è scesa dal 43,1% al 15,5%, ma persistono divari negli apprendimenti e maggiori rischi di abbandono. Nel 2024/2025 gli studenti internazionali erano il 5,4% degli iscritti universitari; costi e ostacoli amministrativi, sanitari e abitativi possono rendere difficile l’accesso e la permanenza.
Il Rapporto raccomanda formazione dei docenti su interculturalità e didattica inclusiva, rafforzamento dell’italiano L2 e rimozione delle barriere che limitano l’accesso ai servizi e agli alloggi universitari.
Il filo che unisce questi dati è netto: le vulnerabilità si sommano. Uno status incerto, un lavoro discontinuo, un reddito basso e una casa inaccessibile si rafforzano reciprocamente. La sfida non è soltanto riconoscere diritti sulla carta, ma renderli praticabili attraverso politiche coordinate, servizi territoriali e accompagnamento. La frontiera, in definitiva, non finisce al confine: può diventare una barriera quotidiana. Rimuoverla significa trasformare la presenza migrante in sicurezza, autonomia e piena cittadinanza sociale.
Di Manuela De Marco